Perché voto no, vol. 1

A meno di un mese dal referendum costituzionale trovo che i motivi portati dai fronti del sì e del no siano un po’ fuorvianti rispetto al merito delle modifiche. Io cercherò di scrivere qui i principali motivi che mi spingono a votare no, andando nel merito della questione e provando ad analizzare quali potrebbero essere le conseguenze della riforma, ma anche della sua bocciatura. Essendo una cosa piuttosto lunga, la divido in diversi post (qui la seconda e la terza parte).
Una premessa: la Costituzione è stata promulgata nel dicembre del 1947 e fino ad oggi è stata modificata diverse volte a partire dal 1963 fino ad arrivare alla modifica più corposa del 2001, promossa dall’Ulivo e passata attraverso referendum popolare. Quindi: NON È VERO che finora non è stato possibile cambiarla o che sono 30 anni che non si fa nulla. Partiamo.

Il quesito

Il quesito che ci troveremo davanti il prossimo 4 dicembre sarà molto semplice e per alcuni versi fuorviante: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della costituzione?“. La norma prevede che il quesito referendario riporti il nome della legge di modifica costituzionale, che in questo caso ha proprio questo titolo, ma che è evidentemente sbilanciato per spingere l’elettore a votare sì. Purtroppo le opposizioni non hanno fatto nulla per cambiare il nome della legge quando potevano, ed il quesito è perfettamente in regola.
Tralasciando le polemiche sull’argomento, trovo che un solo quesito (quindi una scheda soltanto) sia troppo poco per la quantità e la qualità della modifiche che il Governo vorrebbe approvare.
Speravo che fosse possibile scorporare “per argomento” la riforma (credo che tutti possiamo concordare sull’abolizione del CNEL, magari ci troviamo meno d’accordo sulle modifiche al Senato) ma così non è stato e quindi ci si trova a decidere se l’abolizione del bicameralismo paritario valga un sì quanto l’esclusione delle province dal testo costituzionale. Per me ovviamente no.

Il bicameralismo paritario

Forse il motivo principale di questa riforma è il tanto agognato superamento del bicameralismo paritario: quel meccanismo che impone la doppia approvazione di un testo legislativo da parte dei due rami del Parlamento, Camera dei Deputati e Senato della Repubblica. Ci si lamenta che la procedura legislativa sia troppo lenta, ma nei fatti le leggi in Italia, se si vogliono fare, possono anche essere velocissime. Ad esempio nella legislatura 2008-2013 ci sono state leggi approvate in meno di una settimana ed altre, nello stesso periodo, che ci hanno messo 1500 giorni (quasi 4 anni) per vedere la luce. Se poi andiamo a vedere il numero di leggi approvate, scopriamo che in Italia ne vengono fatte parecchie e in tempi abbastanza celeri. Il problema in Italia è che spesso le leggi sono pure troppe, e non sono adeguatamente fatte rispettare. Ma non ci salverà l’abolizione del bicameralismo paritario.
Anche perché per le leggi costituzionali, le leggi sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione delle politiche europee, le leggi sull’elezione del Senato e quelle che incidono direttamente sull’ordinamento di regioni, comuni e città metropolitane necessiteranno della doppia approvazione. Cosa succederebbe se su una di queste leggi il Governo mettesse la fiducia (che ora può mettere solo alla Camera) e il Senato votasse contro?
Inoltre, così a titolo informativo, sapete quale altro Paese ha un sistema bicamerale perfetto? Gli U.S.A., e non mi sembrano un Paese lento e macchinoso come i fautori del sì dipingono l’Italia.
Però credo che ci dovremmo chiedere perché i nostri padri costituenti ci hanno imposto questo sistema: alla base delle motivazioni c’era sicuramente la necessità di garantire un potere di controllo e contrappeso nell’esercizio del potere legislativo. Se infatti grazie all’Italicum ci troveremo una Camera con una maggioranza netta (anche quando la rappresentanza effettiva dell’elettorato potrebbe essere inferiore al 25%), totalmente assoggettata al Governo (che oltre a questo, ha anche il potere di avere una corsia preferenziale per le leggi di propria iniziativa e tempi certi nella loro approvazione), si sarebbe di fronte ad uno squilibrio dei poteri dello Stato, ovvero quello esecutivo diventerebbe molto più forte di quello legislativo.
Con questa modifica, infine, le procedure legislative aumentano dalle attuali tre (procedimento normale, conversione decreti legge, procedimento di riforma costituzionale) a otto (confronta articoli 70, 71, 72, 73, e 77), di fatto complicando l’iter e potenzialmente peggiorando e rallentando l’approvazione di nuove leggi.

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