Perché voto no, vol. 3

Concludo le mie riflessioni sul Referendum costituzionale, analizzando alcuni passaggi di minore rilevanza rispetto ai primi due (bicameralismo e senato) ma che in ogni caso mi spingono a votare per il no.

  1. Con la riforma si triplica il numero di firme necessarie per le proposte di legge di iniziativa popolare: i sostenitori del sì dicono che almeno ora sarà obbligatorio che la Camera le prenda in considerazione, ma non si capisce perché da 50.000 firme si passi a 150.000 se poi la legge sarà discussa dalla Camera e approvata o cassata dalla stessa.
  2. Già dal soprannome “Riforma Boschi” si capisce che la legge è di diretta emanazione del Governo e non frutto di una discussione parlamentare, come dovrebbe essere per la modifica alla legge fondamentale dello Stato. Questa è la riforma più corposa della Costituzione mai intrapresa nella storia della Repubblica: ben 40 articoli (su 139) che equivalgono a tutti gli articoli modificati dalla sua promulgazione ad oggi. Farla a colpi di maggioranza (è stata approvata dalla Camera con 361 voti su 630) è sbagliato e contrario ai princìpi stessi della Costituzione.
  3. È stata votata da un Parlamento sul quale pesano fondati dubbi di legittimazione, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale, che ha bocciato l’ex legge elettorale detta Porcellum, ovvero con parlamentari “nominati”, insicuri di essere rieletti e perciò esposti ad abituali cambi di casacca: dal 2013 ad oggi ci sono stati 325 passaggi da un gruppo parlamentare all’altro tra Camera e Senato, per un totale di 246 parlamentari coinvolti.
  4. Insieme all’attuale legge elettorale (Italicum) esiste il fondato rischio che i maggiori poteri dello Stato siano in mano ad un solo Partito che potrebbe rappresentare una esigua minoranza dei cittadini. Infatti, con il ballottaggio tra i due partiti se non superano il 40% al primo turno, la lista vincente prende 340 seggi (il 54%) avendo però conquistato solo un quarto degli elettori, e considerato il costante calo di affluenza (alle ultime politiche i cittadini andati a votare sono stati il 75%) si può arrivare al caso in cui un partito vinca con solo il 18% del consenso tra i cittadini.
  5. Il Senato nominato dai consigli regionali e non eletto direttamente, è contrario al principio di sovranità popolare sancito dal primo articolo della Costituzione.
  6. La Riforma non tocca le Regioni a statuto speciale, che invece continueranno ad avere il potere legislativo esclusivo sulle materie di loro competenza. Anche se vengono garantite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle regioni in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, le competenze sono limitate e in ogni caso il governo centrale ha l’ultima voce per un non meglio precisato “interesse nazionale”.
  7. Si fa solo in parte ordine nelle competenze legislative concorrenti tra Regioni e Stato, perché se da un lato si determinano le competenze esclusive (con un netto sbilanciamento a favore dello Stato), dall’altro non si delinea in modo netto il confine tra l’ambito di competenza dello Stato e l’ambito di competenza delle Regioni, generando altra ambiguità.

In conclusione: quando si mette mano alla legge fondamentale dello Stato lo si deve fare con le più larghe vedute e prevedendo le situazioni peggiori, in modo da evitarle. Nel caso in cui questa riforma venga approvata, esiste il rischio che chi vincerà le prossime elezioni si trovi con molto più potere e molti meno contrappesi e controlli.
In un unico quesito confluiscono temi molto diversi tra loro e di non facile comprensione: accettarli o rifiutarli in blocco è un grande dilemma che non può essere risolto a slogan del tipo “è ora di cambiare” o “sono 30 anni che ci provate”.

Voto no perché sono consapevole che non si può fare una riforma perfetta, ma peggiorare le cose solo per il gusto di cambiare non ha alcun senso.

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